L’allargamento dell’Unione europea rischia di entrare in una nuova fase di tensione politica. Se negli ultimi anni il principale problema si configurava nell’opposizione dell’Ungheria di Viktor Orbán al percorso di adesione dell’Ucraina , la questione potrebbe ora spostarsi sul rapporto tra il diverso avanzamento dei negoziati di Bruxelles con Kyiv e con la Serbia.
Nelle ultime settimane l’Ucraina ha compiuto un passo avanti significativo aprendo due dei sei cluster negoziali, insieme alla Moldova. Il risultato è stato possibile dopo il cambio di governo a Budapest, dove il nuovo premier Péter Magyar ha rimosso il veto ungherese, pur insistendo su un’apertura graduale dei capitoli negoziali e sul preventivo superamento delle controversie relative alla minoranza ungherese della Transcarpazia.
Ma mentre Kyiv punta ad accelerare il processo di adesione con l’apertura dei restanti capitoli negoziali entro la fine dell’anno, cresce all’interno del Consiglio dell’Unione europea una diversa pressione: quella dei Paesi che chiedono di rilanciare contemporaneamente l’allargamento ai Balcani occidentali, evitando che l’attenzione politica si concentri esclusivamente sull’Ucraina.
Secondo diversi diplomatici europei, il rischio è che inizi a prendere piede una sorta di “accoppiamento” dei due dossier. Cioè che se si fanno passi avanti con Kiev e Chișinău, occorre farne anche con Belgrado.
La Serbia ha ottenuto lo status di Paese candidato nel 2012 e negozia formalmente l’adesione dal 2014. Tuttavia il processo è sostanzialmente fermo dal dicembre 2021, quando venne aperto l’ultimo cluster negoziale.
Il principale motivo dello stallo riguarda due aspetti. Da un lato Bruxelles continua a giudicare insufficienti i progressi sullo Stato di diritto, l’indipendenza della magistratura, la libertà dei media e il contrasto alla corruzione, su cui stanno facendo particolarmente luce le proteste in corso da quasi due anni tra Belgrado e Novi Sad. Dall’altro, la Serbia mantiene una politica estera solo parzialmente allineata all’Unione europea, continuando a rifiutare l’adesione alle sanzioni contro la Russia e conservando stretti rapporti politici ed economici con Mosca nonostante l’invasione dell’Ucraina.
Il cluster bloccato e il fronte degli “Amici dei Balcani occidentali”
Per queste ragioni otto Stati membri hanno recentemente bloccato, ancora una volta, la proposta della Commissione europea di aprire il cluster dei negoziati su competitività e crescita con Belgrado. Si tratta di Paesi Bassi, Belgio, Svezia, Finlandia, Estonia, Lituania, Bulgaria e Croazia.
A sostenere invece un’accelerazione del percorso serbo è un gruppo informale di Stati membri conosciuto come “Amici dei Balcani occidentali”. Non si tratta di un organismo istituzionale dell’Unione europea né di una formazione prevista dai Trattati, ma di un coordinamento politico tra governi accomunati dall’obiettivo di mantenere alta la priorità dell’integrazione dei Balcani occidentali nell’agenda europea.
Il gruppo nasce dalla convinzione che la stabilizzazione dei Balcani occidentali rappresenti un interesse strategico dell’Unione, sia per motivi di sicurezza sia per limitare l’influenza crescente di Russia, Cina e Turchia nell’area. Per questi Paesi, lasciare i candidati balcanici in una lunga fase di attesa rischia di alimentare frustrazione politica, rallentare le riforme e favorire l’allontanamento dall’orbita europea.
In particolare, la Serbia viene considerata un attore imprescindibile in quanto è il Paese più popoloso della regione, possiede l’economia più grande dei Balcani occidentali ed esercita un’influenza politica determinante anche nei confronti di Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Kosovo.
Degli “Amici dei Balcani occidentali” fanno parte Italia, Austria, Grecia, Slovacchia, Slovenia, Repubblica Ceca e Croazia, ai quali si affianca spesso anche la Spagna nel sostegno a un rilancio dell’allargamento nella regione.
Il caso della Croazia
Chiarita questa divisione, balza facilmente all’occhio come l’unico Paese dei Balcani occidentali già membro dell’Unione europea, la Croazia, faccia parte tanto del gruppo che ha bloccato alla Serbia l’accesso al nuovo cluster negoziale quanto di quello degli “Amici”. La spiegazione risiede nella distinzione operata dal governo croato tra il sostegno strategico all’integrazione regionale e l’accelerazione automatica del percorso serbo.
La posizione ufficiale di Zagabria si basa formalmente sul principio secondo cui ogni candidato deve avanzare sulla base dei propri progressi. L’obiettivo dell’integrazione europea dei Balcani occidentali non deve quindi tradursi, secondo la Croazia, in un trattamento privilegiato per la Serbia per ragioni esclusivamente politiche e strategiche.
È un punto di vista simile a quello dei Paesi nordici e dei Paesi Bassi sul rispetto dello Stato di diritto, ma motivato anche da elementi specificamente regionali e storici. Zagabria richiama infatti la tutela dei diritti della minoranza croata in Serbia e il timore che da Belgrado possano emergere orientamenti eccessivamente vicini alla Russia.
Il principio dell’equilibrio geografico dell’allargamento
Secondo gli “Amici dei Balcani occidentali”, l’Unione europea dovrebbe evitare di creare una gerarchia tra i Paesi candidati dettata esclusivamente dall’urgenza geopolitica seguita all’invasione russa dell’Ucraina. Il principio sostenuto da questi governi è che tutti gli Stati candidati debbano avanzare secondo il criterio del merito, senza che alcuni ricevano corsie preferenziali.
Dietro questa posizione vi è anche il concetto di equilibrio geografico dell’allargamento. Se l’Unione concentra tutti gli sforzi sull’Europa orientale, sostengono questi governi, rischia di trascurare una regione – i Balcani occidentali – alla quale da oltre vent’anni è stata promessa una prospettiva europea.
Molti altri Stati membri, tuttavia, temono che collegare i diversi percorsi di adesione finisca per complicare ulteriormente un processo già estremamente delicato. L’orientamento prevalente resta quello di valutare ciascun candidato sulla base dei propri progressi tecnici, senza creare interdipendenze politiche tra dossier differenti.
Al momento non esiste un legame formale tra il percorso europeo dell’Ucraina e quello della Serbia. Tuttavia, con l’avvicinarsi dell’obiettivo di aprire tutti i cluster negoziali con Kyiv e Chișinău entro la fine dell’anno, la richiesta di mantenere un equilibrio tra l’allargamento verso Est e quello verso i Balcani occidentali è destinata ad assumere un peso crescente nel confronto politico tra gli Stati membri.

